Il paradosso del petrolio venezuelano: perché le più grandi riserve al mondo non garantiscono profitti
Le enormi riserve petrolifere del Venezuela non si traducono automaticamente in ricchezza economica: qualità del greggio, infrastrutture degradate e fuga di competenze rendono gli investimenti ad alto rischio.
Secondo l’economista di Berkeley David Levine, il petrolio venezuelano è sempre meno competitivo in un mercato globale orientato alle rinnovabili.
Cosa troverai in questo articolo:
Riserve record, ma valore economico incerto
Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere accertate al mondo, stimate in circa 300 miliardi di barili. In teoria, si tratta di un patrimonio energetico capace di ridefinire gli equilibri globali. In pratica, la distanza tra questa ricchezza potenziale e la reale capacità di generare profitti è enorme.
A sottolinearlo è David I. Levine, professore di Economia alla Haas School of Business dell’Università di Berkeley. In un’analisi pubblicata da Haas News, Levine descrive le riserve venezuelane come “stranded by chemistry”, cioè economicamente bloccate dalla natura stessa del greggio estratto.
Il problema della qualità: il greggio pesante dell’Orinoco
Gran parte del petrolio venezuelano proviene dalla Fascia dell’Orinoco, una delle aree con la più alta concentrazione di greggio pesante ed extra-pesante al mondo. Questo tipo di petrolio ha una consistenza paragonata da Levine a quella del “burro di arachidi freddo”. Per essere trasportato attraverso gli oleodotti, necessita di diluizione con prodotti raffinati importati, come la nafta, con un costo stimato di circa 15 dollari per barile.
Una volta arrivato alle raffinerie, il greggio richiede impianti specializzati ad alta intensità energetica, come le raffinerie di tipo “coker”. Questo processo di raffinazione non solo è costoso, ma comporta anche una maggiore emissione di CO₂ per unità di carburante prodotto. Per questo motivo, il petrolio venezuelano viene venduto con uno sconto di 12-20 dollari per barile rispetto ai benchmark internazionali come il Brent.
Prezzi di mercato e sostenibilità finanziaria
Secondo Levine, anche a un prezzo di 60 dollari al barile, come quello registrato nel 2025, la produzione venezuelana rimane poco competitiva. La redditività di nuovi progetti su larga scala è legata a due fattori: una prolungata fase di prezzi elevati del petrolio e una drastica riduzione dei costi di estrazione e raffinazione. Senza queste condizioni, la maggior parte degli investimenti nel settore petrolifero venezuelano rischia di non raggiungere mai il pareggio economico.
Infrastrutture obsolete: una rete energetica da ricostruire
Oltre alla qualità del greggio, il Venezuela deve affrontare il problema di un’infrastruttura ampiamente deteriorata. Gli impianti di pompaggio, la rete elettrica e i sistemi di distribuzione richiedono investimenti stimati tra 75 e 150 miliardi di dollari solo per tornare ai livelli produttivi di due decenni fa.
Nel 2026, l’amministrazione statunitense ha ipotizzato un piano di investimenti fino a 100 miliardi di dollari per rilanciare il settore. Levine evidenzia che, anche con tali cifre, la stabilità economica non sarebbe garantita. Le incertezze politiche e il rischio di nazionalizzazioni rendono il paese un ambiente estremamente instabile per il capitale straniero.
Instabilità politica e rischio per gli investitori
Il Venezuela ha una lunga storia di espropriazione e aumento arbitrario delle imposte sulle compagnie petrolifere estere. Levine ricorda come il paese abbia spesso trattato il capitale internazionale come una “piñata”, sfruttandolo quando i prezzi erano alti e rinegoziando in modo sfavorevole nei periodi di crisi.
In un contesto del genere, i dirigenti delle major energetiche difficilmente possono giustificare ai propri azionisti investimenti di questa portata. In confronto, paesi vicini come la Guyana offrono petrolio più leggero, infrastrutture moderne e un quadro normativo più affidabile.
Fuga di competenze e crisi del capitale umano
Il declino della produzione petrolifera venezuelana è aggravato dalla perdita di capitale umano qualificato. Negli ultimi vent’anni, migliaia di ingegneri e tecnici altamente specializzati hanno lasciato il paese per lavorare nei settori energetici di Stati Uniti, Canada e Sud America.
Le raffinerie statali come El Palito e quelle gestite da PDVSA operano oggi con personale ridotto, incapace di sostenere un’espansione produttiva rapida. Levine sottolinea che ricostruire una filiera di competenze di questo livello richiederà almeno 10-15 anni.
Il contesto globale: transizione energetica e concorrenza
Nel frattempo, il mercato mondiale dell’energia si sta muovendo verso una crescente adozione di fonti rinnovabili. La maggior parte della nuova capacità elettrica installata a livello globale proviene da solare, eolico e sistemi di accumulo. Anche il settore dei trasporti sta vivendo una rapida espansione dei veicoli elettrici.
Questa trasformazione riduce progressivamente la domanda di petrolio ad alta intensità di carbonio. Investire in uno dei greggi più inquinanti al mondo diventa quindi una scelta strategica sempre meno sostenibile, soprattutto se in futuro dovessero essere introdotte tasse sul carbonio o nuovi limiti ambientali.
Scenari di lungo periodo per il petrolio venezuelano
Secondo Levine, solo un ritorno stabile del prezzo del petrolio a 100 dollari al barile per un periodo prolungato potrebbe rendere redditizi nuovi progetti di estrazione. Tuttavia, l’evoluzione tecnologica e le politiche di decarbonizzazione rendono questo scenario sempre meno probabile.
Il petrolio venezuelano rimane quindi un caso emblematico di come la quantità delle risorse naturali non sia sufficiente a garantire sviluppo economico. La qualità della materia prima, la capacità industriale e il contesto politico risultano determinanti quanto la disponibilità di riserve.
