I prezzi dell’alluminio hanno toccato i massimi degli ultimi quattro anni sul London Metal Exchange dopo il crollo dei negoziati tra Stati Uniti e Iran e la minaccia di un blocco navale allo Stretto di Hormuz.
Emirates Global Aluminium ha dichiarato force majeure su alcuni contratti dopo i gravi danni all’impianto di Al Taweelah, mentre Alba in Bahrain e Qatalum in Qatar hanno ridotto o sospeso la produzione. Una crisi che ridisegna gli equilibri globali dell’offerta di alluminio primario.
Il 13 aprile 2026 i future sull’alluminio a tre mesi sul London Metal Exchange (LME) sono saliti dell’1,7% a 3.571 dollari per tonnellata metrica, il livello più alto dal marzo 2022. La scintilla immediata è stato il fallimento dei colloqui di pace tra Washington e Teheran a Islamabad, durati 21 ore senza produrre alcun accordo, seguiti dall’annuncio del presidente Donald Trump di un blocco navale che avrebbe impedito il transito di qualunque imbarcazione da e verso lo Stretto di Hormuz.
La reazione dei mercati è stata rapida e acuta perché il Medio Oriente non è un attore marginale della filiera dell’alluminio: la regione produce circa il 9% dell’alluminio primario mondiale e dipende quasi integralmente dallo Stretto sia per esportare il metallo finito sia per importare le materie prime necessarie alla produzione, in primo luogo bauxite e allumina. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Qatar e Oman hanno insieme prodotto 6,159 milioni di tonnellate di alluminio primario nel 2025, secondo i dati dell’International Aluminium Institute.
Già prima dell’annuncio del blocco il mercato aveva iniziato a prezzare una progressiva contrazione dell’offerta. La struttura dei prezzi sul LME lo segnalava con nitidezza: il differenziale tra la quotazione spot e il contratto a tre mesi si è invertito passando da uno sconto di 12 dollari a un premio di 91,5 dollari per tonnellata, una configurazione nota come backwardation che riflette la scarsità immediata del metallo fisico rispetto alle consegne future.
Lo Stretto di Hormuz è una lingua d’acqua larga circa 39 chilometri nel suo punto più stretto, compresa tra la penisola arabica e il territorio iraniano. Ogni anno attraverso questo passaggio transitano oltre 5 milioni di tonnellate di alluminio primario spedite da fonderie site in Bahrain, Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti verso circa 70 paesi in Asia, Europa e Nord America. Nella direzione opposta passano enormi quantità di bauxite e allumina destinate ad alimentare le stesse fonderie.
Questa dipendenza bidirezionale è la ragione per cui una chiusura prolungata dello Stretto non si limita a bloccare le esportazioni di metallo finito, ma compromette anche la capacità produttiva dei fonditori mediorientali nel medio termine. I produttori della regione ottengono localmente solo il 3% dell’allumina necessaria e circa l’1% della bauxite mondiale, importando la quota restante principalmente da Australia, India e Brasile.
Oltre all’impatto sull’alluminio, lo Stretto gestisce circa il 20% del petrolio grezzo consumato a livello globale e il 25% del gas naturale liquefatto mondiale, il che lo rende il più importante punto di transito marittimo per l’energia del pianeta. Le perturbazioni in questa rotta si propagano rapidamente ai costi energetici, che per le fonderie di alluminio rappresentano la voce di costo più rilevante: la riduzione elettrolitica dell’allumina, il processo centrale nella produzione del metallo primario, è estremamente energivora.
Il 28 marzo 2026 missili e droni iraniani hanno colpito il sito di Al Taweelah di Emirates Global Aluminium, ubicato nella Khalifa Economic Zone di Abu Dhabi. Il complesso, che la stessa azienda definisce uno dei più grandi al mondo per la produzione di alluminio, ha subito danni significativi a più strutture: la fonderia con il casthouse, la centrale elettrica, la raffineria di allumina e l’impianto di riciclo. Il sito è stato completamente evacuato ed è entrato in arresto d’emergenza.
EGA è partecipata da Mubadala Investment Company, il fondo sovrano di Abu Dhabi, e dal governo di Dubai. La fonderia di Al Taweelah aveva prodotto 1,6 milioni di tonnellate di metallo fuso nel 2025, mentre la raffineria di allumina dello stesso sito aveva prodotto 2,4 milioni di tonnellate, coprendo il 46% del fabbisogno totale di allumina dell’azienda. L’impianto di riciclo vantava una capacità annua di 185.000 tonnellate. Nel complesso, EGA serve oltre 400 clienti in almeno 50 paesi e nel 2025 ha venduto 2,84 milioni di tonnellate di metallo fuso.
Il ripristino delle operazioni richiede due fasi distinte e tecnicamente impegnative. Per la fonderia primaria, l’azienda deve prima riparare i danni alle infrastrutture e poi ripristinare progressivamente ogni singola cella elettrolitica, un processo che per sua natura non può essere accelerato arbitrariamente. Le prime valutazioni indicano che il ripristino completo della produzione di alluminio primario potrebbe richiedere fino a 12 mesi. La raffineria di allumina e l’impianto di riciclo potrebbero riprendere alcune operazioni prima, a seconda dell’esito della valutazione dettagliata dei danni.
L’amministratore delegato di EGA, Abdulnasser Bin Kalban, ha dichiarato che il sito di Al Taweelah rappresenta un pilastro dell’economia globale e un contributo rilevante all’offerta mondiale, sottolineando come l’attacco abbia arrecato danni alle industrie e alla prosperità a livello planetario. La società ha precisato di disporre di scorte di metallo significative sia in transito via mare sia in deposito negli Emirati e in alcune ubicazioni estere, un cuscinetto che attenua ma non elimina l’impatto sull’approvvigionamento immediato dei clienti.
In questo contesto EGA ha attivato la clausola di force majeure su alcuni contratti. Questa clausola, diffusa nei contratti di fornitura di materie prime, consente a una parte di sospendere le consegne concordate senza incorrere in penali contrattuali quando un evento eccezionale e imprevedibile, come un attacco bellico, rende impossibile l’adempimento dell’obbligazione. L’azienda ha precisato che molti clienti rimangono non interessati dalla dichiarazione, che riguarda solo specifici prodotti e contratti.
Il caso di Aluminium Bahrain (Alba) illustra un meccanismo di crisi diverso ma ugualmente rilevante per la comprensione della situazione. Alba gestisce la più grande fonderia di alluminio al mondo su un singolo sito al di fuori della Cina, con una capacità produttiva annua superiore a 1,62 milioni di tonnellate. Il problema di Alba non era inizialmente la produzione fisica, ma la logistica.
Già nel marzo 2026, prima dell’annuncio del blocco navale statunitense, un portavoce dell’azienda aveva spiegato con chiarezza la situazione: la fonderia continuava a produrre normalmente, ma il metallo si accumulava in magazzino perché non era possibile farlo transitare attraverso lo Stretto di Hormuz. La force majeure dichiarata da Alba in quella fase non riguardava quindi interruzioni operative, bensì l’impossibilità di consegnare il prodotto ai clienti internazionali per cause di forza maggiore esterne all’azienda.
Come misura precauzionale per gestire in modo controllato le scorte di materie prime disponibili, Alba ha avviato la chiusura delle linee di riduzione 1, 2 e 3, che insieme rappresentano circa il 19% della capacità produttiva totale. Questo passo ha permesso alla fonderia di concentrare le risorse sulle linee 4, 5 e 6, mantenendo una configurazione operativa stabile e sostenibile. La società ha pianificato interventi di manutenzione programmata sulle linee sospese, posizionandosi per una ripresa rapida delle operazioni al normalizzarsi delle condizioni di spedizione.
Il 28 marzo 2026, stesso giorno dell’attacco ad Al Taweelah, anche la fonderia di Alba ha subito danni da missili e droni iraniani. L’attacco ha aggravato una situazione già critica dal punto di vista logistico, costringendo l’azienda ad ampliare la portata della dichiarazione di force majeure.
La crisi ha colpito la regione anche attraverso un vettore energetico. Qatalum, joint venture tra Norsk Hydro e Qatar Aluminum Manufacturing Company (controllata da QatarEnergy), è uno dei principali produttori della regione con una capacità annua di circa 648.000 tonnellate. Il 3 marzo 2026 la fonderia ha avviato un arresto controllato della produzione dopo che QatarEnergy aveva comunicato la sospensione delle forniture di gas naturale allo smelter, forniture interrotte a causa dei danni causati da droni iraniani agli impianti di QatarEnergy stessa.
Successivamente, la fonderia ha stabilizzato la produzione a circa il 60% della capacità dopo aver ricevuto conferma della parziale ripresa delle forniture di gas. Norsk Hydro ha emesso una notice di force majeure ai propri clienti. Il caso Qatalum è emblematico della vulnerabilità energetica strutturale delle fonderie mediorientali: a differenza di quelle in Norvegia o Canada, alimentate prevalentemente da energia idroelettrica e quindi relativamente isolate dai mercati del gas naturale, le fonderie del Golfo dipendono quasi interamente da forniture locali di gas naturale, che il conflitto regionale ha reso imprevedibili.
Il processo di riavvio di una fonderia di alluminio non è analogo all’accensione di un interruttore. Le celle elettrolitiche che compongono le potlines richiedono un condizionamento termico progressivo, la sostituzione di anodi e catodi, il ripristino dell’elettrolita fuso e una rampa di produzione graduale per evitare danni all’equipaggiamento. I tempi tecnici minimi per un riavvio completo si misurano in settimane, e in caso di raffreddamento non controllato delle celle, i costi e i tempi si estendono significativamente.
Per quantificare la portata della crisi è necessario inquadrare i numeri nel contesto della produzione mondiale. Il mercato globale dell’alluminio primario ha prodotto poco meno di 74 milioni di tonnellate nel 2025. Wood Mackenzie stima che il conflitto in Medio Oriente potrebbe sottrarre tra 3 e 3,5 milioni di tonnellate all’offerta globale nel 2026, una quota pari a circa il 4-5% della produzione annua mondiale. Goldman Sachs ha valutato che un mese di piena perdita produttiva regionale ridurrebbe le scorte globali di alluminio da 51 a 48 giorni di copertura, una contrazione sufficiente, combinata con il rialzo dei prezzi energetici, a giustificare temporaneamente quotazioni intorno ai 3.600 dollari per tonnellata. In uno scenario di escalation prolungata, gli analisti di ING e i ricercatori di Kpler hanno indicato che le quotazioni potrebbero spingere verso i 4.000 dollari per tonnellata.
Le scorte registrate nei magazzini LME approvati erano già in calo strutturale prima dell’inizio del conflitto: a fine dicembre 2025 si attestavano a circa 522.771 tonnellate, in calo del 28,4% su base annua rispetto alle 671.203 tonnellate di fine 2024. Al 27 marzo 2026, prima del picco delle ostilità, le scorte erano ulteriormente scese a 418.675 tonnellate, il livello più basso da luglio 2025. Questo esaurimento progressivo del cuscinetto di magazzino amplifica la sensibilità del mercato a qualunque ulteriore contrazione dell’offerta.
Per gli Stati Uniti la situazione ha implicazioni dirette: circa il 20-22% delle importazioni statunitensi di alluminio proviene dai paesi del Golfo. Una prolungata interruzione delle forniture regionali si traduce non solo in prezzi più alti, ma anche in difficoltà approvvigionamento per settori industriali critici come quello automobilistico, aerospaziale, delle costruzioni e del packaging, settori che utilizzano l’alluminio come materiale strutturale primario.
Di fronte all’impraticabilità dello Stretto di Hormuz, alcuni produttori regionali hanno esplorato percorsi alternativi. Il porto di Jeddah in Arabia Saudita e il porto di Sohar in Oman sono diventati snodi tattici per le esportazioni di metallo non ferrose bloccate dal corridoio di Hormuz, con carichi che transitano via strada attraverso altri stati del Golfo. Tuttavia queste alternative presentano limiti strutturali che ne restringono l’efficacia: la capacità logistica terrestre è molto inferiore a quella marittima, i costi di trasporto sono sensibilmente più alti e, soprattutto, queste rotte non risolvono il problema delle importazioni di materie prime che devono comunque raggiungere le fonderie.
Gli analisti di Fastmarkets hanno rilevato la genesi di una dislocazione anomala nel mercato delle materie prime a monte: i carichi di allumina originariamente destinati alle fonderie mediorientali vengono dirottati verso i mercati asiatici, creando un paradosso in cui le materie prime si accumulano a monte mentre il metallo finito scarseggia nei mercati di consumo. Questo disallineamento tra mercato dell’allumina e mercato del metallo primario riflette la natura binaria della perturbazione: non è una semplice riduzione della produzione, bensì un blocco fisico della catena logistica che agisce simultaneamente su due flussi di merci in direzioni opposte.
L’impatto della crisi non si misura solo nella quotazione dei future a tre mesi sul LME, ma anche nei premi fisici che i compratori pagano per ottenere il metallo con consegna immediata o in tempi brevi. I premi europei sull’alluminio fisico hanno raggiunto livelli pluriennali, mentre i premi statunitensi del Midwest hanno superato i 1.000 dollari per tonnellata short, un record che riflette la tensione estrema sul mercato fisico nordamericano. In Giappone, per il secondo trimestre 2026 gli acquirenti hanno concordato premi di 350 dollari per tonnellata sul benchmark LME, il livello più alto in undici anni.
Per le industrie manifatturiere a valle, la compressione dell’offerta e l’aumento dei premi fisici si traducono in costi di input significativamente più alti. I settori più esposti sono quelli caratterizzati da processi just-in-time e scorte ridotte, in primo luogo il comparto automobilistico, dove l’alluminio è ampiamente utilizzato per carrozzerie, componenti del motore e strutture di contenimento delle batterie per i veicoli elettrici. Il settore aerospaziale e quello della difesa, che dipendono dall’alluminio come materiale strutturale, fronteggiano pressioni analoghe.
Al contrario, i produttori di alluminio geograficamente isolati dal conflitto mediorientale hanno visto aumentare il valore delle proprie posizioni produttive. Aziende come Alcoa in Nord America e fonderie europee alimentate da energia idroelettrica si trovano nella posizione insolita di essere beneficiarie indirette di una crisi che ha rimosso dal mercato una quota significativa della concorrenza.
Uno degli elementi meno discussi nel dibattito pubblico sulla crisi dell’alluminio mediorientale è la complessità tecnica del ripristino produttivo. Una fonderia di alluminio primario si basa sul processo Hall-Héroult, in cui l’allumina viene sciolta in un bagno di criolite fusa a circa 960 gradi Celsius all’interno di celle elettrolitiche e sottoposta a elettrolisi per ottenere alluminio liquido. Le potlines di una fonderia moderna contengono centinaia di queste celle, ciascuna delle quali deve essere mantenuta alla temperatura operativa e in equilibrio chimico ottimale.
Un’interruzione dell’alimentazione elettrica o un danno fisico alle strutture di contenimento può causare il raffreddamento e la solidificazione della massa fusa all’interno delle celle, un evento operativamente catastrofico. Il riavvio di celle solidificate richiede il riscaldamento progressivo della massa, la sostituzione dell’elettrolita, la ricostruzione del catodo nei casi più gravi e una rampa di produzione estremamente lenta per evitare stress termici che danneggerebbero definitivamente l’infrastruttura. Nei casi peggiori questo processo può estendersi per molti mesi per singola cella, e una fonderia come Al Taweelah ne conta migliaia.
Questo spiega perché EGA abbia comunicato un orizzonte di fino a 12 mesi per il ripristino completo della produzione di alluminio primario: non è una stima conservativa dettata da cautela comunicativa, bensì un limite tecnico reale che deriva dalla natura stessa del processo produttivo. Anche qualora le ostilità cessassero immediatamente e le condizioni logistiche si normalizzassero, quella fetta di offerta rimarrebbe fuori dal mercato per la maggior parte del 2026.
La crisi del 2026 ha accelerato una riflessione già in corso nella comunità industriale e nelle cancellerie occidentali sulla vulnerabilità delle catene di approvvigionamento di metalli critici a singoli punti di fallimento geografico. L’alluminio non è una materia prima esotica o di nicchia: è il secondo metallo più utilizzato al mondo dopo il ferro, presente in settori che vanno dall’edilizia all’aerospazio, dall’automotive all’elettronica di consumo, dalle energie rinnovabili agli imballaggi alimentari. La sua disponibilità è una precondizione della produzione industriale moderna.
La concentrazione produttiva nel Golfo non era frutto del caso, bensì di razionali economici precisi: energia elettrica a basso costo derivante da gas naturale abbondante, infrastrutture portuali efficienti, posizione geografica baricentrica rispetto ai mercati di consumo dell’Asia orientale e dell’Europa. Questi vantaggi comparativi hanno spinto i produttori globali a concentrare la capacità in una regione che, come si è visto, è esposta a rischi geopolitici di ampia portata.
Rio Tinto ha dichiarato di valutare il riavvio di capacità inattiva nel suo impianto di Tiwai Point in Nuova Zelanda, mentre Alcoa ha accelerato gli interventi di manutenzione nei siti nordamericani per garantire la continuità produttiva. Nel lungo periodo, la crisi potrebbe ridisegnare la geografia degli investimenti nel settore dell’alluminio primario, favorendo regioni con accesso a energia rinnovabile abbondante e basso rischio geopolitico, come la Scandinavia, il Québec canadese e alcune aree dell’Europa settentrionale. Tuttavia la costruzione di nuova capacità di smelting richiede anni e investimenti nell’ordine dei miliardi di dollari, il che esclude soluzioni rapide nel breve termine.
Nel frattempo, la crisi ha dato visibilità al segmento del riciclo dell’alluminio secondario, che non dipende dalla bauxite né dal processo Hall-Héroult e richiede circa il 95% in meno di energia rispetto alla produzione primaria. Un’offerta primaria strutturalmente ridotta crea spazio per un’espansione accelerata del riciclo, che già rappresenta una quota crescente della produzione globale del metallo.
Indipendentemente dall’evoluzione specifica del conflitto in atto, la crisi del 2026 ha riportato alla centralità dell’analisi di mercato lo Stretto di Hormuz come fattore di rischio strutturale per i mercati delle materie prime industriali. In passato la chiusura o il blocco dello Stretto erano stati trattati come scenari di coda a bassa probabilità; gli eventi del 2026 hanno rivelato che la materializzazione di questo rischio è possibile e che le sue conseguenze sono sistemiche, non circoscritte al solo mercato petrolifero.
Per gli operatori industriali e i gestori del rischio, questo implica la necessità di riconsiderare le assunzioni sottostanti ai modelli di approvvigionamento e alle strategie di copertura del prezzo. La backwardation acuta registrata sul LME e il rapido esaurimento delle scorte di magazzino segnalano che i mercati hanno già iniziato a prezzare questo rischio in modo più permanente rispetto al passato. La domanda rilevante per gli anni a venire non è se lo Stretto di Hormuz ritornerà a essere una preoccupazione per i mercati delle materie prime, bensì con quale frequenza e quale intensità questo rischio si materializzerà, e quale sarà la capacità del sistema produttivo globale di assorbire le perturbazioni che ne derivano.